La tua azienda è in chiusura? Come capirlo e comportarsi

I segnali per intuire in tempo quando il posto di lavoro è in pericolo. Intervista a Adriana Geppert, RSU di Alcatel

Di questi tempi, si sa, nessuno è al sicuro e le notizie su crisi eaziende che falliscono si rincorrono. Ma come fare a capire se proprio quella in cui lavorate sta per chiudere i battenti?  Ci sono alcuni segnali  che fanno presagire un futuro tutt’altro che roseo. Ne parliamo con Adriana Geppert, RSU (Rappresentanza sindacale unitaria) di Fiom-Cgil di Alcatel-Lucent, azienda che al momento si trova in una situazione critica, nonostante un fatturato in crescita nel 2011 e i cui vertici stanno pensando di trasferire molte delle attività di ricerca negli Stati Uniti.

“Se state lavorando per una multinazionale – e per questo parto dalla mia esperienza diretta in Alcatel-Lucent (che non è a rischio chiusura, ma per la quale è prevista una significativa riduzione della forza lavoro, ndr)  – uno dei primi aspetti da tenere in considerazione è quando vengono messi in atto dei piani di ristrutturazione e l’azienda decide, ad esempio, di localizzare attività di ricerca e sviluppo in altri mercati. La delocalizzazione è un segno tangibile di disimpegno della multinazionale”.

Altro segnale: la vendita di molti servizi che “l’azienda non ritiene core business, come possono essere la logistica, la stampa, le paghe e i contribuiti. Il tutto in un’ottica di riduzione dei costi. In questa direzione va anche la riduzione del personale”, continua ancora Adriana Geppert “operata avvalendosi degli ammortizzatori sociali”.

Se, poi, la vostra azienda non assume da tempo gente nuova, non immette neolaureati, “se insomma c’è un blocco del turn over è chiaro che sta soffrendo. Altro aspetto importante è, come avviene sempre più a livello europeo, quando le aziende si focalizzano su alcune attività e ne vendono alcuni comparti nonostante questi andassero bene e fossero in attivo”. Parole chiave:mancanza di liquidità (ossia di soldi disponibili) quindi la vendita di questi servizi è, come ci dice ancora la sindacalista, “dettata dal ricercare attività strategiche ad alto tasso di liquiditàossia che portino l’immissione di nuovi capitali”.

Altro aspetto, che riguarda aziende che fanno in particolare ricerca e sviluppo, è lafinanziarizzazione dei brevetti: “Un’azienda sana dovrebbe preservare la proprietà intellettuale e non dovrebbe mettere sul mercato un suo valore aggiunto”.

Ci sono poi dei segnali che toccano il lavoratore ancor più da vicino. Se vi si invita (per usare un eufemismo) a pianificare tutte le ferie che avete e a prenderle tutte entro l’anno, non è di certo perché l’azienda vuole mandarvi in vacanza o perché tiene al vostro work-life balance. “Le imprese fanno così perché non vogliono avere residui degli anni passati e perché le ferie non retribuite rappresentano dei costi”, precisa Adriana Geppert. Sulla stessa scia il magazzino: ridurre al minimo le scorte presenti – mantenerlo infatti costa – è un altro segnale che l’azienda “non vuole lasciarsi scorte e che provvede a dare un determinato prodotto al cliente quando c’è l’ordine finale”.

Restando nel campo delle riduzioni, “Diminuire al minimo i telefoni aziendali, le macchine aziendali, scegliere di far viaggiare i lavoratori con le low cost, o ancora non lasciare più la connessione a Internet sul cellulare non sono segnali postivi. Come non lo è la vendita dell’immobile. Nel caso di Alcatel-Lucent, la sede di Vimercate (Mi) è in affitto”.

Se lavorate in un’azienda che fa produzione, la riduzione dell’orario di lavoro perché ci sono poche commesse – lo capirete bene –  è un altro segnale negativo. Per non parlare poi degli enormiritardi nei pagamenti degli stipendi, che potrebbero essere sì dovuti a mancanza di liquidità temporanea, ma anche essere l’anticamera di una chiusura.

Per tutto questo che abbiamo detto, sicuramente gioca un ruolo importante la RSU. Nelle aziende di grosse dimensioni è spesso presente. “Non bisogna comunque aspettare di essere in crisi per avere una propria rappresentanza perché questa riesce a interloquire con le aziende contro questi piani di mobilitazione e a far sì che vengano adottati gli strumenti più solidali nei confronti dei lavoratori. La legge italiana non prevede necessariamente un accordo con le RSU, ma degli appuntamenti di discussione. E nelle aziende grandi, grazie alle rappresentanze si riesce anche a sapere con anticipo quali sono i piani di ristrutturazione previsti. Il lavoratore da solo”, conclude Adriana Geppert “può fare davvero poco”.

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